In fila per un pasto: più italiani tra i bisognosi

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Dopo la preghiera, dall’altoparlante si diffonde la musica. Decine di persone in attesa si mettono in fila per ritirare il pasto del giorno. Alla mensa della chiesa del Carmine, a Napoli, i numeri sono più che raddoppiati da quando è iniziata la pandemia. Mediamente arrivano 400 utenti al giorno, numero che tende a salire nei giorni festivi. “Prima della pandemia ne erano circa 200-250. Durante il primo lockdown abbiamo raggiunto punte di 1200 persone al giorno. In quei giorni le file erano interminabili”, rivela padre Francesco Sorrentino, sacerdote carmelitano che gestisce la mensa. È lui ad avere il polso della situazione. “Se mi raffreddo o mi becco il virus la mensa chiude”, dice.

Padre Francesco è il boss dell’attività, il pater familias. Tiene in mano la gestione dei volontari, l’organizzazione della mensa, è il cuoco, si interfaccia con chi arriva fuori alla porta a ritirare il suo pranzo. “È finito tutto”, dice ai ritardatari. Dopo circa un’ora sono rimasti solo acqua e panini. Un uomo li accetta comunque: “Basta che ci sia qualcosa da mangiare”, risponde al di là della transenna da cui padre Francesco consegna i pasti.

I dati che fornisce il frate fanno impressione, sono in grado di dare una misura di quanto si sia estesa la povertà con la pandemia. “Ogni tanto quando qualche barcone sbarca in Sicilia, poi dalla Sicilia risalgono l’Italia, allora si vedono dei volti nuovi. Ma con la pandemia quelli che sono aumentati sono gli italiani. Ci sono alcuni che hanno perso il lavoro, oppure che hanno una situazione familiare un po’ particolare, i divorziati, i separati. C’è tanta povertà”.

Le storie di chi si mette in fila

Ci siamo messi in fila anche noi, per catturare le realtà che la compongono. Ad aspettare sono principalmente uomini e senzatetto. Diversi i giovani. Ci sono italiani e persone originarie di Paesi esteri. “Vengo qui da un paio di mesi, da quando ho perso il lavoro”, dice un uomo sulla quarantina, italiano. Il suo accento non è campano. Non ha molta voglia di raccontarsi. Poco più avanti ci sono due ragazzi provenienti dall’Africa del Nord.

“La mia pandemia era già cominciata da due anni prima che arrivasse il Covid”, afferma un uomo in coda. Lo chiameremo Matteo. Dice di avere 62 anni. Racconta di aver trascorso quasi due anni per strada. Conosce tutte le mense di Napoli, i centri di accoglienza, gli orari. “Se io oggi sono ancora qui è anche grazie a loro”, dice.  Ha il suo posto preferito e, per fortuna, da qualche tempo un tetto, che condivide con un’altra persona. Matteo lavorava come commercialista in uno studio associato. Poi un paio di anni fa si è ritrovato senza nulla: “Chiuso lo studio, ho perso anche la casa e mi sono ritrovato per strada”. Racconta di aver dormito dietro il vano dell’ascensore del palazzo dove lavorava, poi su una panchina nel centro di Napoli. “Ne avevo trovata una che mi piaceva vicino a un bar”, dice. Conosce tutte le dinamiche della Napoli notturna, quella sommersa. Poi ha fatto di una panchina al Vomero il suo letto e dice di aver trovato rifugio anche in una sala di aspetto dell’ospedale Cardarelli, dove racconta che prima dell’esplosione della pandemia non era l’unico a ripararsi. “Mi ha salvato il reddito di inclusione. Poi con l’arrivo della pensione sono riuscito a prendere una casa in affitto”, rivela.

Matteo prende il suo pasto e va via mentre in coda qualcuno continua a borbottare. Diversi provano a saltare la fila. C’è chi si presenta per la terza volta a ritirare il pasto. “È così tutti i giorni”, dice un carabiniere che all’esterno prova a garantire l’ordine con un volontario. Intanto, una catena umana distribuisce le buste con i piatti del giorno. All’interno ci sono pietanze calde, pane, cornetti, frutta, acqua e una mascherina. “Qualcuno ha avuto la seconda busta, e qualche furbo anche la terza. Poi così capita che alla fine c’è qualche ritardatario che non riesce ad avere nulla”, spiega padre Francesco.

I volontari

La mensa del Carmine opera dal 1986 e fa parte di un centro di accoglienza intitolato a Padre Elia Alleva. Da marzo, quando è iniziato il primo lockdown imposto per contenere il contagio da Covid-19, non è più possibile consumare al tavolo e sono stati sospesi anche i servizi doccia e guardaroberia. Chi ha bisogno prende la sua busta e va via. Alle 12,30 inizia la consegna. Terminata la distribuzione i volontari iniziano a pulire.

Anna ha 35 anni, separata dal marito, un figlio di 16 anni da mantenere e per tre volte a settimana dedica mezza giornata alla mensa. “Vengo qui da un mese e mezzo, da quando non lavoro più a tempo pieno”, racconta passando lo straccio sul pavimento della sala che prima del lockdown ospitava gli avventori. “Prima in questa sala c’erano 17 tavoli e venivano fatti più turni”, racconta padre Francesco.

Nel frattempo in cucina si lavora già al pranzo del giorno successivo. Mariano usa una grossa cucchiarella per girare il sugo alla bolognese in preparazione per la domenica. “Sono un collaboratore di padre Francesco. Vengo qui da due anni e mezzo”, dice. I volontari solitamente arrivano alle 9 e vanno via alle 14. “Sono circa 70-80 i volontari in una settimana, oggi qui ce ne sono una quindicina”, riferisce padre Francesco. Patrizia, 68 anni, ha iniziato due anni fa per scontare una pena e non se ne è andata più via: “Dovevo scontare una pena perché vendevo droga, poi sono rimasta. Aiutare gli altri mi fa sentire bene. Spero di ottenere il perdono per ciò che ho fatto in passato”.

La mensa del Carmine, oltre a garantire un pasto caldo, dona anche pacchi spesa a famiglie indigenti: “La maggioranza di quelli che vengono qui alla mensa sono senza fissa dimora, gli altri invece hanno un tetto ma non hanno la possibilità di comprare da mangiare e quindi gli diamo pasta, pelati, tonno”. I pacchi spesa vanno a ritirarli le parrocchie del posto. “Da marzo a ora sono stati consegnati a centinaia e centinaia di famiglie”, un’attività solidale realizzata anche in collaborazione anche con altre mense di Napoli e alcuni centri sociali.

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