Molti negozi sono chiusi. Qualcuno ha definitivamente spento le luci, altri hanno abbassato la serrande con il calare del buio. Sono da poco passate le 17 e il borgo Orefici è deserto. Le gioiellerie rimaste aperte sono vuote. Qualche cliente si vede nelle piccole botteghe che puliscono oro e argento. Poi la desolazione.

Il rione della tradizione orafa napoletana è silente. Le strade sono vuote come i negozi aperti, e su diverse saracinesche abbassate è affisso il cartello “Vendesi”. Nel borgo dove gli orafi napoletani radunarono nel Medioevo le loro botteghe ottenendo il riconoscimento ufficiale dalla regina Giovanna D’Angiò oggi si respira aria di decadimento.

“Il borgo aveva già perso con l’apertura del Tarì. Molte attività si trasferirono lì lasciando locali vuoti. Poi con la pandemia la situazione è peggiorata”, racconta un residente. Il Tarì, nato nel 1994 nel Casertano, è un polo produttivo di gioielleria e oreficeria dove alcuni laboratori del posto hanno preferito spostare la produzione. Con la sua apertura il borgo ha perso la vivacità commerciale che lo contraddistingueva. Chi è rimasto, comunque, ha continuato per anni a fare affari. Nonostante le criticità, si riusciva ad andare avanti. Con la pandemia è arrivato il “colpo di grazia”.

“Le mie vendite si sono ridotte del 50%”, rivela Cecere, che lavora come grossista nel settore orafo. “Durante il lockdown ci hanno permesso di stare aperti, ma è stato inutile con i negozi al dettaglio chiusi”, è la sua analisi oggi. Ne parla a pochi passi dalla sede della sua attività, nel cuore del borgo. “Il mio negozio adesso è chiuso – dice indicandolo – Qui la sera chiudiamo prima del previsto, perché a un certo orario non viene più nessuno”.

“Da noi le vendite si sono ridotte dell’80-90%”, raccontano i fratelli Caruso, che hanno una gioielleria in via Antonio Scialoia. L’attività l’hanno ereditata, e la sua storia probabilmente terminerà con la loro gestione: “Ai nostri figli abbiamo chiesto di intraprendere altre strade”.

Mentre parlano, alle loro spalle il negozio è vuoto: “Resistiamo perché il nostro negozio è storico, sta qui dall’inizio del 1900”. Con la pandemia i pochi clienti entrati sono quelli abituali, che ad ogni modo hanno cambiato anche le preferenze d’acquisto: “Non fanno più le grosse spese di prima e comprano più prodotti di acciaio per la griffe che pezzi di oro”. “I ristori li abbiamo avuti – dicono – ma ci abbiamo coperto a stento le spese”.

Reduci dalla crisi generata dall’oro

La pandemia è solo l’ultima delle mazzate per chi commercia nel borgo. Le difficoltà erano già cominciate con l’aumento della quotazione dell’oro, che ha portato molte gioiellerie a lasciare il posto ai Compraoro che oggi sono disseminati lungo le strade del rione.

“Fino al 2005-2006 si lavorava bene e si guadagnava bene, poi dall’aumento dell’oro sono iniziati i problemi”, afferma Cecere. Concordano i fratelli Caruso: “Un’impennata mai vista prima. Con la lira l’aumento che ci poteva essere era di 50 lire al grammo, 100 lire al grammo. Quando saliva a 500 lire al grammo era un aumento esorbitante. Adesso, da 9 euro che era inizialmente il valore dell’oro, in 20 anni è arrivato a 50 euro”.

All’epoca del primo aumento si registrò il boom per i Compraoro – ci raccontano – ma ora anche lì non c’è nessuno. “C’era gente che pagava l’oro a 10 euro”, ricordano i commercianti.

Abbandono e assenza di politiche

Reduci dalle difficoltà generate dall’aumento del valore dell’oro, con il Covid è arrivato il colpo finale per i commercianti. “La pandemia ci ha stroncato. Prima riuscivamo a uscirne con le spese, ma con la pandemia ci stiamo rimettendo tutto, non c’è più nemmeno la possibilità di coprire le spese. Ognuno di noi sta arrancando”, dicono i Caruso. “Un’altra cosa che ci ha penalizzato molto – aggiungono – è che questa non è una zona di passaggio“. È mancata una politica in grado di rilanciare il borgo, la tradizione orafa napoletana e le sue attività storiche.

La zona soffre quindi anche per l’abbandono in cui è stata lasciata dalle istituzioni. “Non è mai stato fatto nulla per noi”, affermano i gioiellieri. Non è bastato a molte delle attività storiche riunirsi in un consorzio per vedere l’area risollevarsi.

“Si stavano organizzando percorsi turistici, sfruttando la nostra prossimità al porto, ma è arrivata la pandemia e non si è fatto più nulla”, spiegano i fratelli Caruso. “Nessuna politica ci ha mai aiutato – sostengono -, abbiamo fatto sempre da noi. Anche quando bisognava allestire per Natale, per qualche fiera. Non siamo mai stati aiutati dalle istituzioni. Quel poco che è stato fatto è grazie al consorzio”, ci dicono.

Borgo insicuro

L’abbandono in cui versa il borgo espone le attività e gli esercenti a rapine e furti. “Principalmente ci provano dalle fogne”, raccontano i negozianti. Solo due giorni fa sotto a una gioielleria è stato trovato un buco scavato dai ladri per introdursi nel locale. “Sono entrati, ma qualcosa è andato storto. Non si sa perché ma il colpo è fallito”, ci rivelano. I commercianti per garantirsi sicurezza sono stati costretti a ingaggiare la vigilanza privata.

“Chiediamo un po’ più di visibilità, di raccontare un po’ di più la nostra storia, quella della piazza che è centenaria”. Basterebbe questo ai gioiellieri con cui abbiamo parlato per poter ricominciare a sperare in una ripartenza, una migliore valorizzazione del borgo, che al momento passa attraverso cartelli nascosti dal buio e visibili al deserto umano che per ora incombe in un luogo che profuma di storia.

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