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Venti euro al giorno, un giorno di riposo ogni due settimane, con la domenica pagata come gli altri giorni, e ferie non retribuite. Queste sono le condizioni in cui lavorano alcuni commessi. Lavoratori in nero. Giorgia le ha accettate per quasi due mesi. Aveva bisogno di soldi per realizzare dei progetti, per vivere, ma ha dovuto abbandonare tutto. “Poi ti farò il contratto”, le aveva detto il titolare del negozio. Il suo turno di lavoro cominciava alle 6,30 o alle 14 e spesso le veniva cambiato senza largo preavviso, comunicato la sera prima. Il suo compito non si limitava a servire i clienti e al lavoro alla cassa. Bisognava anche pulire e mettere a posto gli scaffali. Per 7 ore e mezza di lavoro guadagnava 20 euro, che le venivano pagati alla fine della settimana. In epoca Covid, poi, il suo datore di lavoro non ha mai distribuito una mascherina. E per le “ferie” estive vigeva una regola: due settimane separate, di cui solo una retribuita.

Il contratto nazionale del commercio per i commessi inquadrati al livello più basso della categoria prevede per 40 ore di lavoro settimanali una retribuzione mensile che oscilla tra i 1000 e i 1200 euro netti, e per gli apprendisti circa 800 euro al mese. Giorgia per 60 ore a settimana (67 ore e mezza quando era inclusa la domenica) percepiva la metà: 600 euro al mese, con il turno di domenica pagato sempre a 20 euro. Alle colleghe arrivate mesi prima di lei veniva garantito lo stesso compenso. Alcune dicevano di essere inquadrate.

“Una mia amica – racconta Ilaria – percepisce 400 euro a settimana”. Sonia lavora in un altro piccolo negozio in un comune vicino. La domenica per lei è festivo, un giorno a settimana è di riposo, e nei giorni lavorativi comincia alle 9 finisce alle 20, con una pausa dalle 13 alle 16: 40 ore di lavoro a settimana a 400 euro al mese, 2,50 euro all’ora.

Giorgia, Sonia, sono nomi di fantasia che usiamo per motivi di privacy e per tutelare altri lavoratori, ma si riferiscono a persone che fanno parte di una realtà in cui ci siamo immersi per qualche mese tra Napoli e la sua provincia. Giorgia lavorava in un negozio in un comune della provincia, Sonia pure. Ma situazioni del genere si incontrano anche spostandosi nel capoluogo partenopeo. Ali ha cominciato a lavorare in un’attività commerciale a 20 euro al giorno. Ora, dopo anni di alti e bassi, il compenso è salito a 35 euro. Comincia alle 8 del mattino e finisce intorno alle 19,30, con una pausa per il pranzo. Il negozio si trova in uno dei quartieri di quella che viene definita la “Napoli bene”. “I clienti che vengono da noi sono tutti ricchi”, dice Ali. Lui, però, in Italia da un decennio, viene sfruttato come tutti gli altri.

Da parte di chi lavora in questo settore c’è quasi un’assuefazione a tale realtà. “Prima lavoravo in una fabbrica che mi pagava lo stesso stipendio per più ore di lavoro”, afferma quasi soddisfatta Laura, che oggi guadagna 600 euro al mese per sei o sette giorni di lavoro a settimana. Chi accetta tali condizioni di lavoro è spesso costretto dalla difficoltà a trovare un’occupazione e da condizioni di vita al limite. Da anni i giornali, le televisioni, raccontano storie simili di sfruttamento, ma ad oggi è rimasto tutto immutato.

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