Fonte foto: Wikimedia Commons

Il green pass è nato su proposta della Commissione europea con lo scopo di agevolare la circolazione nell’Unione Europea durante la pandemia di Covid19. È stato poi adottato come misura per limitare le restrizioni introdotte per contenere la diffusione del virus. Nella nostra epoca ha rappresentato una novità. In realtà un certificato simile al green pass è già esistito nel 1910 in Congo.

Lo scrittore, storico e archeologo belga David Van Raybrouk ne parla nel suo libro “Congo”. “Chi voleva spostarsi coprendo una distanza di più di trenta chilometri o per un periodo di tempo superiore a un mese, stabilì un altro decreto del 1910, doveva essere in possesso di un passaporto medico che riportava la sua zona natale, la sua condizione di salute ed eventuali trattamenti ricevuti”, si legge tra le pagine del libro con cui Van Raybrouk ha scritto la storia del Paese dell’Africa centrale dopo anni trascorsi sul territorio a raccogliere interviste, a studiare la geografia, il clima, la storia.

Lo scrittore ne parla quando racconta il passaggio, all’inizio del 1900, dallo Stato Libero del Congo, nelle mani del sovrano belga Leopoldo II, al Congo come colonia del Belgio: dal 1908 la gestione del Congo non era più nelle mani del re, ma del Parlamento del Belgio. In quegli anni, tra le varie malattie erano diffuse la malaria, la febbre gialla, la malattia del sonno. I malati venivano accolti nei lazzaretti, strutture che sorgevano in posti più marginali. “I pazienti erano tenuti in isolamento più che curati. Erano proibite le visite da parte di parenti e amici”, si legge nel libro.

Quando il Belgio rilevò il Congo, i lazzaretti non erano adeguati, si decise allora di limitare la circolazione dei congolesi con il passaporto medico: “Da allora in avanti bisognava tenere sotto controllo la mobilità di tutti i congolesi. Nel 1910 un decreto stabilì che ogni indigeno apparteneva a una chefferie o sous-chefferie. I confini di una simile zona vennero delimitati con precisione, tenendo conto di vincoli territoriali esistenti. Chi voleva spostarsi coprendo una distanza di più di trenta chilometri o per un periodo di tempo superiore a un mese, stabilì un altro decreto del 1910, doveva essere in possesso di un passaporto medico”.

Sembra di leggere le restrizioni imposte con il Covid, ma più di un secolo dopo. Come con la pandemia attuale, anche in Congo fu necessario imporre limitazioni per contenere il contagio e ridurre la pressione sui lazzaretti. E la delimitazione delle aree ricorda la suddivisione delle zone che abbiamo visto nell’ ultimo anno in Italia tra le regioni bianche, gialle, arancioni e rosse.

Il passaporto medico “si poteva ottenere solo con l’approvazione del capo del villaggio o del suo sottocapo. Chi era malato non poteva lasciare il proprio villaggio. Chi si metteva in movimento senza documenti rischiava una multa. Riesce difficile sopravvalutare l’importanza di questa misura, che ebbe cinque radicali conseguenze. In primo luogo i congolesi, persino quelli sani, non potevano più andare o fermarsi dove volevano, la loro libertà di movimento era stata severamente limitata. In una regione con una grande mobilità permanente c’erano problemi di adattamento. In secondo luogo, ogni abitante da quel momento in poi sarebbe stato appuntato su una cartina, come uno scarabeo su un pezzetto di cartone”.

L’impressione, leggendo le pagine del libro di Van Raybrouk, è di ripercorrere ciò che abbiamo vissuto negli ultimi due anni di pandemia da coronavirus. E, come oggi, anche nel 1910 in Congo i medici divennero una figura centrale: “Lo stato, nel 1885, si identificava con un solo bianco isolamento che chiedeva al capo del villaggio di far sventolare una bandiera blu. Lo stato, nel 1895, era un funzionario che veniva a esigere i servigi come portatore o soldato. Lo stato, nel 1900, era un soldato nero che veniva a urlare e a sparare nel villaggio davanti a qualche cesta di gomma. Ma lo stato, nel 1910, era un aiuto infermiere nero che, nella piazza del villaggio, tastava le ghiandole linfatiche del collo e diceva che era tutto a posto”.

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