La domanda è: possiamo chiamare Parmigiano solo il formaggio prodotto tra Parma e Reggio Emilia? Oppure basta conoscere il metodo di produzione per poter chiamare quel formaggio Parmigiano? Letto così, il quesito ha una carica retorica forte, però in realtà la discussione che avvolge è molto più ampia. È successo, infatti, che le autorità europee hanno scelto di limitare l’esportazione dall’estero di prodotti originari del Vecchio Continente imponendo di cambiare nomenclatura. E gli Stati Uniti, principale partner commerciale dell’UE, non si sono astenuti dal protestare, anche vivacemente, contro norme che prevedono, per esempio, che formaggi come il parmigiano, il gorgonzola o l’asiago possano essere venduti con questi nomi solo se prodotti in specifiche aree geografiche.

Secondo il Regolamento 1151/2012, insieme di norme per la tutela dei nomi degli alimenti, deve esistere “un legame intrinseco tra le caratteristiche del prodotto e l’origine geografica”, perciò niente Gorgonzola se non verrà prodotto tra Lombardia e Piemonte, né Feta se prodotto aldi fuori della Grecia. L’obiettivo è tutelare i produttori da qualsiasi uso improprio o imitazione e i nomi di circa 3.850 bevande alcoliche, vini, vini aromatizzati, prodotti agricoli e generi alimentari, tra cui 275 tipi di formaggio, consentendo peraltro ai consumatori di distinguere prodotti di qualità da altri.

Non finisce qui però, perché è anche in Canada, Corea del Sud, Giappone e Messico che l’UE ha stipulato una serie di patti in nome del “language protection” costringendo gli statunitensi a delle riformulazioni alimentari piuttosto forzate. Emblematiche quelle di una nota azienda casearia del Wisconsin, la BelGioioso Cheese. Per primo, ha dovuto modificare l’etichetta della propria fontina e quella del proprio gorgonzola destinati al Giappone e alla Corea del Sud, rispettivamente in “Fontal” e in “CrumblyGorg”, e poi lo stesso asiago venduto in Messico è diventato “Belgiago”. E non è nemmeno tanto diverso il caso dello champagne che, se prodotto in Francia, non cambia nomenclatura, ma se prodotto in Usa diventa “sparkling wine” (vino frizzante). È certo, quindi, che la condizione di poter vendere in esclusiva prodotti di fama internazionale con il loro nome ufficiale previene le concorrenze spietate, e soprattutto quella statunitense. Infatti, la norma europea che risale ai primi anni Novanta, e che è stata revisionata poi nel 2006, è, specialmente adesso, un baluardo dinanzi alla crescita di esportazioni spaventosa degli Stati Uniti, il cui settore caseario ha superato nel 2021 quota 40 miliardi di dollari secondo l’ultimo rapporto biennale dell’International Dairy Foods Association (Idfa). Basti pensare che nello stesso anno, secondo la Corte dei Conti, tutto il continente europeo ha registrato quota 120 miliardi di euro. Una forbice che si restringe.

Anziché puntare sul binomio tradizione e territorio, gli Stati Uniti oggi mirano ad un marketing ambizioso proponendo che il nome del genere alimentare sia dato dal suo metodo di produzione e non dalla provenienza. Questa possibilità aprirebbe nuove porte, motivo per cui anche il Consortium for Common Food Names, un’organizzazione che rappresenta diversi produttori di cibo statunitensi, da tempo, sta facendo pressioni al dipartimento dell’Agricoltura perché i produttori caseari possano utilizzare i nomi comuni. “Defending common names, defending common sense”, è questo il motto degli americani, sempre più imbestialiti davanti a un crollo possibile del loro mercato in uscita. D’altronde, in una dichiarazione riportata da Bloomberg Government, Tony Rice, direttore commerciale della Federazione Nazionale di Produttori Caseari, sostiene che “ri-etichettare tutti i prodotti, per esempio come “white, Italian style cheese”, ingannerebbe i consumatori.” Un rischio c’è perché anche la dicitura “feta-style” è bandita dalle regole federali dell’Unione, ed ecco che gli americani ritrovano come parmigiano “hard, grated cheese”, non invitante come parmaesan. Quello a cui si appellano gli americani è quindi solo il nome comune dell’alimento che preserva anche la sua distribuzione al pubblico, evitando di generare equivoci su cosa sia realmente.

Evidentemente, però, queste pressioni oltreoceano stanno funzionando. La disputa legale sull’uso esclusivo del termine Groviera, la cui indicazione di origine protetta è Gruyère, in Svizzera, si è tenuta in un tribunale in Virginia dove i giudici hanno definito “americanizzabile” il termine Groviera anche per i formaggi locali, dopo che la Food and Drug Administration, agenzia che si occupa anche della vendita dei prodotti alimentari, aveva stabilito che per rientrare nella definizione bastasse che il formaggio avesse piccoli buchi e che fosse invecchiato per almeno 90 giorni. E poco dopo anche la Corte d’appello statunitense si è espressa specificando che “un certo tipo di formaggio è stato definito e venduto come groviera per decenni negli Stati Uniti, indipendentemente dal luogo di produzione, tanto da rendere il termine generico”. Restano possibili ulteriori ricorsi dei franco-svizzeri.
Tuttavia, è innegabile dover considerare un’opzione. Se il mercato caseario americano, ma in generale quello alimentare, ha intenzione di crescere, può farlo in due modi: vendere più in Europa concorrendo con i prodotti locali, oppure vendere di più in America limitando la concorrenza estera, cioè l’europea. Già nel 2019, ma per altre ragioni, Trump impose una tassa aggiuntiva del 25% sui prodotti provenienti dall’Unione Europea, e nonostante venne sospesa nel giugno 21 da Biden le aziende produttrici di vini, oli e formaggi europei hanno visto calare le vendite del 40%, secondo i dati dell’Associazione formaggi italiani Dop e Igp. Motivo per cui occorrerà un compromesso.

Intanto, è da segnalare l’intervista rilasciata al canale australiano Food & Drink di uno dei più noti “Cheesemakers” del Paese, Giorgio Linguanti, siciliano emigrato a Melbourne nel 2004. Le sue parole portano il discorso su un binario diverso: “Gli immigrati greci o italiani non dovrebbero rinunciare a quei termini originari della propria terra. È la stessa cosa della parola pizza o spaghetti, vi immaginate cambiarne il nome?”
Suggerisce di aggiungere il prefisso “Australian” prima del termine comune del prodotto. Ci sarà l’Australian parmaesan, l’Australian feta, l’Australian burrata.
Ed in fondo, questo compromesso potrebbe piacere. Non svierebbe il consumatore, e al contempo saprebbe difendere l’enorme patrimonio culinario di cui l’Europa ha bisogno ancora di cibarsi.

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