Ore 7,30. Suona la sveglia. Mamadou si veste frettolosamente, si gode la sua abbondante colazione e va a lavoro. I giorni sono quelli da zona rossa, quando in tutta Italia a causa della pandemia da coronavirus è possibile spostarsi solo per necessità, urgenza o lavoro. Mamadou (il nome è di fantasia) esce, come ogni mattina, dal comune in cui abita in provincia di Napoli per guadagnarsi da vivere, ma questo non lo può dimostrare in alcun modo. Non ha documenti. In Italia ufficialmente non c’è, vive da clandestino.

Arrivato da migrante economico una decina di anni fa, si ritrovò però senza lavoro e fu costretto a muoversi lungo il Belpaese alla ricerca di compensi onesti che gli garantissero la sopravvivenza. Partito dal Burkina Faso in aereo, atterrò a Milano poco più che diciottenne e dopo qualche mese si trovò in un campo di pomodori in Puglia. Oggi ricorda quell’esperienza con dolore, ricorda la vita nelle baracche di Foggia, i tragitti percorsi a piedi sotto il sole rovente dell’estate del Sud e quel viaggio a piedi verso la stazione ferroviaria lungo una strada assolata mentre digiunava nel periodo del Ramadan, quando i musulmani fino al tramonto non possono né bere né mangiare. “Quell’esperienza non me la scorderò mai più”, dice oggi.

Quei tempi ormai sono lontani, anche se indelebili. All’epoca non era un invisibile. Oggi lo è e inforca una bicicletta elettrica del valore di 1600 euro con cui gira il Napoletano. “L’ho comprata usata”, racconta. “E mi sono fatto sfuggire pure un’occasione. Una persona me ne avrebbe venduta una a un prezzo migliore. L’aveva acquistata sfruttando il bonus dello Stato e voleva rivendermela”, svela. Lui, di bonus, fondi, contributi statali non ne può avere, ma c’era qualcuno pronto a sfruttarlo per lucrare illegalmente dai nuovi traffici generati dalla pandemia.

Mamadou conosce ogni stratagemma, ogni giro, ogni occasione, ogni posto, tradizione della suo Paese di adozione. I suoi piani prevedono il ritorno in Africa. Intanto, oggi, può permettersi di comprare una bici di valore e di mantenere la sua famiglia oltre il deserto del Sahara perché lavora in nero fino alle 7-8 di sera.

Una ditta vorrebbe assumerlo, ma Mamadou non riesce a sbrogliarsi dalla lentezza della giustizia italiana. Beccato qualche anno fa con i documenti scaduti, attende l’esito di un ricorso giudiziario per il quale ha pagato migliaia di euro ad avvocati che non hanno mai portato a termine il lavoro. Ha presentato anche la richiesta per la sanatoria voluta dalla ministra Bellanova. “Ma ancora non mi rispondono”, dice.

La sua vita, nel frattempo, va avanti. E alla domanda “cosa è cambiato per te con la pandemia da coronavirus?”, risponde: “Non è cambiato nulla”. L’unico cambiamento sta in quella mascherina che deve indossare a causa del Covid. “Io non la sopporto”, sbuffa. E se la aggiusta infastidito.

L’espansione del contagio da Covid-19 in Italia ha tolto il lavoro a molti. Tra chi è rimasto senza un’occupazione tanti sono gli immigrati. E per chi non ha documenti trovare un nuovo lavoro in questo periodo è una chimera. Alcuni sono piombati in uno stato di indigenza di cui alcune strade e piazze dei più grandi centri cittadini forniscono una attendibile rappresentazione.

Quella degli immigrati clandestini è una questione poco affrontata anche sul piano sanitario in questo periodo di pandemia. I “senza-documenti” rappresentano una fetta importante della popolazione che abita nel nostro Paese, una fetta che al momento sfugge ai controlli sanitari.

Difficile stimare quanti siano gli immigrati irregolarmente presenti in Italia. Secondo gli ultimi dati elaborati dalla fondazione Ismu, al 1° gennaio 2018 erano 533mila, 129mila in più rispetto a quelli risultanti al 1° gennaio 2015, un incremento – specificava la fondazione nel 2019 – derivante dalle molteplici tipologie di irregolarità (permessi temporanei e visti turistici scaduti, ingressi non autorizzati via terra ecc.), non solo quella derivante dagli sbarchi.

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