L’angoscia di ritrovarsi da un momento all’altro senza più un tetto dove accudire i propri figli, alcuni dei quali con patologie. Da qui, la richiesta netta anzitutto al Comune di Napoli: “Fate in modo di non sgomberarci. Anzi, regolarizzate la nostra posizione visto che già paghiamo utenze o bollettini. L’alternativa sarebbe vivere in strada”. La storia che vi raccontiamo riguarda 6 famiglie napoletane che convivono con problemi sociali, economici e di salute riguardanti anche alcuni bambini, dimoranti in un palazzo di via San Nicola a Nilo numero 5, nel pieno centro storico di Napoli, nei pressi di via Tribunali. Si tratta dell’ennesimo caso che dimostra come l’emergenza abitativa è un macigno bello grosso, che riguarda il capoluogo partenopeo, ma anche altre zone d’Italia.

La storia

La vicenda degli abitanti di via San Nicola a Nilo 5 parte da lontano. L’edificio in questione, composto in totale da 17 unità immobiliari di proprietà del Comune di Napoli, ha da sempre avuto la specifica destinazione d’uso di “Ritiro per anziani’’, dunque da utilizzare dunque per l’accoglienza di anziani tramite graduatoria curata dal Servizio Welfare del Comune di Napoli. Nel corso del tempo le persone che hanno accudito i vecchietti dello stabile o che vivevano insieme ai genitori e ai suoceri sono rimasti nelle stesse unità abitative, anche dopo la scomparsa degli anziani.

Molti membri degli attuali nuclei familiari sono praticamente nati e cresciuti al civico 5 di via San Nicola a Nilo. Stesso discorso per i figli poi concepiti. Una situazione fattuale però non contemperata a un cambio di destinazione d’uso del palazzo: ritiro per anziani era, e ritiro per anziani è rimasto. Appurato ciò, la Polizia locale di Napoli-Unità Operativa Tutela Patrimonio- nel 2019 individuò 15 unità immobiliari da sgomberare. Luigi De Magistris, ora portavoce di Unione Popolare, all’epoca era sindaco della città e firmò l’ordinanza sindacale numero 2 del 12 giugno che contemplava, in realtà, 16 locali su cui intervenire. Quel provvedimento fu poi congelato, ma dopo 3 anni di stallo una nuova doccia gelata ha bagnato la già flebile serenità di 6 famiglie e, soprattutto, dei 13 minori che ne fanno parte.

Di recente è infatti arrivato un provvedimento della Procura di Napoli che intima a stretto giro di posta lo sgombero degli immobili in cui vivono i 6 nuclei familiari. Il Tribunale ha accertato 7 occupazioni abusive attuali. Per la settima la posizione è diversa e meno problematica nell’immediato.

Due gli articoli del codice penale su cui si basa il provvedimento della Procura. Uno è il 633 riguardante l’invasione ai fini di occupazione. L’altro è il 639 bis che in pratica permette, in questo caso, alla Procura di Napoli di agire d’ufficio per decretare lo sgombero senza che il Comune di Napoli possa intervenire perché accertata una destinazione d’uso diversa da quella che stabilita, ossia un edificio da utilizzare come ritiro per anziani. Attualmente sono 7 le case vuote in via San Nicola a Nilo 5, altre sono state riassegnate e qualcuno l’avrebbe pure rifiutata secondo quanto dicono le altre famiglie.

Il panico nelle famiglie

Ricevuto il provvedimento dal Tribunale di Napoli, nelle 6 famiglie interessate su 7 prevale il panico. Vincenza Tutucci, 43 anni sposata con 5 figli di 13, 11, 9 e due gemelli di quasi 8 anni, trema alla sola idea di poter essere sgomberata da via San Nicola a Nilo. “È stato un desiderio del vecchietto che prima era in casa, che noi rimanessimo lì – afferma la donna – Io non lavoro, mio marito lo fa saltuariamente e il reddito di cittadinanza che percepiamo non basta a sfamarci. Se andassimo via da dove siamo oggi, finiremmo a dormire sotto i porticati della stazione ferroviaria di Napoli a piazza Garibaldi”.

Vincenza deve anche fare i conti con la fragilità di due sue figli, a cui è stata riconosciuta l’invalidità prevista dalla legge 104. Spiega: “I miei due bambini con la 104 sono più infantili dell’età che hanno, sono in cura. Fanno logopedia, psicomotricità, hanno bisogno di assistenza continua. Vanno a scuola in zona, sono cresciuti con gli altri bambini del posto, a separarli gli si fa solo un danno. Già hanno vissuto un trauma nel 2019 – prosegue la donna – quando videro le forze dell’ordine venire nel palazzo rimasero impressionati. Ora hanno paura, se vedono pure un furgoncino e dicono “Ecco mamma, ci stanno venendo a prendere’’. Noi paghiamo utenze e bollettini ma non ci hanno mai cambiato la destinazione d’uso. Stiamo parlando di una casa di 50 metri quadri dove viviamo in 7. Spero che il Comune faccia capire alla Procura della nostra situazione e faccia in modo che l’atto non venga eseguito”.

Simona Benucci, 40 anni e con tre figli di 13 anni, 6 e 4, vive una situazione simile. “Io ho la residenza di prossimità lì, in via San Nicola al Nilo 5. Se mi sgomberano non saprei dove andare. Mia suocera ha problemi, mia mamma anche, e non potrebbero aiutarci. I miei figli non si vogliono separare perché nel posto hanno trovato il loro habitat”. Simona ricorda come in via San Nicola a Nilo sia “nata e cresciuta con mia madre”. “Il mio compagno – ricorda – accudiva il vecchietto che stava in precedenza. Ci siamo conosciuti e abbiamo messo su famiglia. Dopo la morte dell’anziano siamo rimasti, senza creare danno a nessuno”. Anche la Benucci pensa ai risvolti psicologici dei suoi figli nel caso fossero costretti ad abbandonare la casa. “Mio figlio ha ancora gli incubi alzandosi di notte, dicendo “ora arriva la polizia, ci cacciano via’’ per quanto è successo nel 2019. Io ho reddito zero, noi siamo bravissime famiglie ma dividere questi ragazzi sarebbe deleterio”.

Il tavolo istituzionale con il Comune

Venerdì 9 settembre, a margine di un presidio all’esterno di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, si è tenuto l’incontro tra le famiglie, i portavoce dello sportello del diritto all’abitare e del gruppo “Magnammece o Pesone’’ (mangiamoci la pigione) di Napoli e l’assessore al Welfare Luca Trapanese.

Nei prossimi giorni è previsto un tavolo istituzionale per capire il da farsi e nel frattempo il provvedimento della Procura non sarà reso esecutivo, stando a quanto dice Trapanese, almeno per le prossime 2 settimane. “Interverremo – promette l’assessore – dal punto di vista sociale è un problema a togliere le famiglie da quell’immobile, ci sono famiglie con grossi disagi. Mi sono fatto fare una relazione sulla loro condizione. Stiamo aspettando il sostituto procuratore al quale già abbiamo chiesto e ottenuto una proroga di 15 giorni e stiamo interagendo per capire quale sia la soluzione migliore. Il Comune accompagnerà queste famiglie, non li lasceremo soli”.

Alfonso De Vito, punto di riferimento dello sportello per il Diritto all’abitare di Napoli e di Magnammece o Pesone, va dritto al cuore della soluzione da trovare per tutelare le 6 famiglie a rischio sgombero. “La struttura di cui stiamo parlando ha già avuto una gestione mista e la destinazione d’uso per anziani è stata riconosciuta dall’amministrazione come disfunzionale. La posizione può essere regolarizzata con un’integrazione della destinazione d’uso stessa”. De Vito si domanda: “Forse il provvedimento della Procura di Napoli è una sorta di commissariamento delle prerogative del Comune di Napoli che già stava seguendo la questione? Non escludiamo, a questo punto, che i due enti non si siano parlati fra loro”.

Con Alfonso De Vito facciamo anche una piccola panoramica del fenomeno sull’emergenza abitativa in un luogo complicato come Napoli e in generale in Italia. “Solo nei primi tre mesi del 2022 a Napoli si contano 10.000 sfratti esecutivi. Il Comune di Napoli ha riaperto la graduatoria per le case popolari sino a fine settembre ma questo non basta – è convinto il portavoce dello sportello per il diritto all’abitare – servono le case. E i tavoli di confronto non bastano”. A livello nazionale, invece, “l’emergenza abitativa coinvolge almeno 2 milioni di persone. Al momento non c’è un ente che si è assunto la responsabilità di decodificare quanto sta accadendo, qual sia la radiografia sociale e quale politiche attuare per fermare quest’emorragia. Ci vorrebbe una legge sull’equo canone sull’edilizia residenziale pubblica non guasterebbe” conclude De Vito.

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