Lunedì 4 settembre tutte le scuole sul suolo francese sono tornate a colorarsi di 12 milioni di ragazzi e bambini. Ma quest’anno l’esordio dell’anno scolastico prevede un cambiamento di costume, o meglio una norma di costume, che ha diviso l’opinione pubblica del Paese.
Come annunciato alla tv francese TFI, il Ministro dell’Istruzione, Gabriel Attal, ha sancito il divieto di indossare l’abaya – la lunga veste indossata dalle donne musulmane – nelle scuole statali francesi nel segno della laicità dello Stato. La decisione è arrivata a pochi giorni dai dati allarmanti presenti all’interno di una nota dei servizi dello Stato che certificano un’impennata di violazioni di laicità, più che raddoppiate rispetto all’anno precedente (4.710 segnalazioni durante il 2022-23, e 2.167 durante il 2021-22).

Per il primo giorno di lezioni, però, 298 ragazze, dai 15 anni di età in su, sono arrivate ​​a scuola indossando l’abaya. Il dato è stato fornito, in una intervista a Bfm tv, dal ministro francese dell’Istruzione. Attal ha rivelato che grazie all’opera di dialogo intrapresa dal personale scolastico, la maggior parte delle ragazze ha poi accettato di vestirsi diversamente e ha potuto fare ingresso in classe. In 67, tuttavia, si sono rifiutate di cambiarsi l’abito e sono state rimandate a casa.

Cosa è l’abaya?

L’abaya resta a noi occidentali un termine abbastanza sconosciuto. Si tratta, infatti, di un indumento femminile utilizzato in alcuni Paesi musulmani, principalmente nel Golfo Persico. È un termine che dall’arabo vuol dire “toga” o “mantello” e che lascia scoperti il viso, la testa, le mani e i piedi. Poi, per quanto riguarda il capo, in base alla consuetudine del Paese, è spesso abbinato al niqāb, che lascia scoperti soltanto gli occhi, oppure ad un semplice velo che copre solo i capelli, l’hijab. Non trascurabile anche il qamis, considerato l’equivalente maschile dell’abaya e tradizionalmente indossato dagli uomini mediorientali.

L’ultima delle restrizioni

C’è da dire che il boato mediatico della notizia nasce da un dato: sono 5 milioni e 720mila i musulmani francesi, l’8.8% della popolazione complessiva secondo le cifre fornite dall’Insee, Istituto Nazionale di Statistica e di Studi Economici, il corrispettivo del nostro Istat. È dal 1800 che la Francia ha eliminato tutti i segni religiosi negli istituti scolastici, comprese le croci cristiane, la kippa ebraica, i turbanti sikh, scegliendo di frenare qualsiasi ingerenza religiosa sull’istruzione pubblica. In epoca recente, risale al 2004 il divieto del velo islamico all’interno delle scuole statali e al 2010 quello del niqab nei luoghi pubblici come strade, parchi, trasporti e edifici amministrativi. È avvenuta poi nel 2019 l’introduzione di una legge che vieta alle madri con l’hijab la partecipazione alle gite scolastiche dei figli, nonché l’accompagnamento a scuola. Infine, nel 2022 il Senato francese ha imposto l’obbligo di non l’hijab nelle competizioni atletiche del Paese.

Ora è il turno dell’abaya che aveva già da tempo destato perplessità sulla presunta dichiarata affiliazione religiosa connesso al suo uso. È da un anno che i dirigenti scolastici chiedono istruzioni chiare al governo anche attraverso il Consiglio francese per la laicità e i valori della Repubblica, dopo esser stati lasciati in balia di scelte estemporanee.
Sulla questione si è espresso su BFM TV il vicepresidente del Consiglio francese del culto musulmano: “Nessun capo di abbigliamento della tradizione islamica è un simbolo religioso. Tantomeno l’abaya, che è solo una forma di moda”.

È di avviso opposto l’islamologa Razika Adnani, che ha pubblicato un editoriale su Le Figaro: “Nessun oggetto è di per sé un segno religioso. Sono gli esseri umani ad attribuirgli questo ruolo. Lo stesso vale per l’abito o la sciarpa. Le ragazze che indossano l’abaya a scuola sono ragazze velate che si tolgono il velo davanti alla porta della scuola. Di conseguenza, il loro vestito è, per loro, un segno religioso ma anche un segno di differenziazione che permette loro di distinguersi dalle altre ragazze anche quando si tolgono il velo”. La sinistra anche si è espressa attraverso il leader di France Insoumise, Jean Luc Melenchon, che sui suoi canali social ha reagito inasprito: “Che tristezza vedere questo rientro scolastico politicamente polarizzato da una nuova e assurda guerra di religione totalmente artificiale sull’abito femminile. Quando arriverà il giorno della pace civile e della vera laicità che unisce invece di esasperare?”.

Religione in Europa

Sarà un caso unico, ma quello che vive la Francia non si vive solo in Francia. Il velo integrale in Europa è vietato anche in Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria e in alcune regioni della Germania che su questo tema ha scelto un approccio federativo. Se la Francia ha assunto un modello assimilazionista, invece oggi in Italia l’insegnamento di religione (intesa come cattolica), i cui professori sono scelti dalla Curia, continua ad aver peso nel curriculum scolastico come nella stessa Danimarca dove i valori cristiani sono strettamente allineati a quelli democratici e quindi oggetto di studio.
Ad aver la laicità come principio costituzionale oltre i transalpini sono anche Repubblica Ceca e Portogallo.

Il Modello Francese

In Francia, intanto, si continua a discutere sul concetto di laicità, se sia davvero libertà dalla religione o piuttosto libertà di religione. Intervistato da Le Soir, il rettore dell’ École Pratique des Hautes Etudes, Philippe Portier, ha offerto un’osservazione interessante. Il modello francese, spiega, è così restrittivo perché nasce da ragioni storiche precise. Nel 1700, la retorica dell’Illuminismo si scagliava contro la Chiesa, associata peraltro alla monarchia, e diffuse l’idea che qualsiasi esternazione religiosa, anche solo marginalmente radicale, potesse costituire un intralcio alla formazione della società. Per quanto discutibile in efficienza, questa misura è oggi in prima linea anche per contrastare il radicalismo religioso che per esempio nell’Inghilterra multiculturale e multireligiosa si risolve con un lavoro sotterraneo più capillare di screening e sorveglianza. Nel frattempo, l’hashtag abaya ha raggiunto sui social 5 miliardi di visualizzazione e l’impressione è che la comunità musulmana non indietreggerà. È recente la notizia che Vincent Brengarth, avvocato della Muslim Right Action, porterà la vicenda alla Corte suprema francese.

Il futuro e le contraddizioni

Inevitabile che ogni accoglienza alimenti ostilità, che ogni occasione di progresso porti con sé un rischio di regresso, che ogni integrazione causi scissioni. La civiltà umana è sempre stata in bilico tra cambiamento e tradizione, stabilità e mutamento. L’idea di una ragazza musulmana sui banchi di scuola con la sua abaya suscita, in Francia come in Italia, un’idea di futuro ma anche una contraddizione. È vero che quella tunica è un segno di differenziazione e che sia di origine religiosa quanto culturale e che deve fare i conti con un modello che vieta anche i vessilli della prima religione del Paese, ma è anche vero che questa norma colpisce la sfera intima della persona, e quella più fragile in assoluto, l’adolescente, e lo fa prendendo di mira la sua immagine, il suo corpo e la sua relazione con il mondo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here