Nel corso dei secoli, in più occasioni, molti Paesi hanno mutato la loro denominazione spesso per ragioni politiche e in molti casi per affrancarsi dal passato coloniale.
È l’India a costituire un potenziale nuovo esempio e le notizie sono degli ultimi giorni. Infatti, il biglietto di invito per il G20 tenutosi a Nuova Delhi non è stato il biglietto della presidente di “India”, ma l’invito di Droupadi Murmu, presidente del “Bharat”. Quest’ultimo è uno dei due nomi ufficiale del Paese ma solitamente non figura nei contesti internazionali. Nel frattempo, davanti al posto del primo ministro Narendra Modi, nella conferenza stampa di apertura del G20, è stato posizionato un cartellino con la scritta “Bharat” e non India.

Perché “Bharat”

Bharat originariamente indicava un’area nord del Paese, ma poi si è esteso fino a comprendere tutta la regione, ed oggi è presente sia nella Costituzione che nei passaporti. Lo si trova in testi come il Mahabharata, la più importante opera epica indiana, per cui è considerato un termine fortemente connesso con la tradizione induista.
Il Bharatiya Janata Party (BJP, cioè Partito del popolo indiano, un partito nazionalista indù), inoltre, da tempo sostiene che il termine India ha un richiamo alla “schiavitù coloniale” a cui gli indiani furono sottoposti durante il dominio britannico, fra la metà del Settecento e il 1947. Per quanto anche il nome India abbia un’origine locale, cioè dal fiume Indo, resta comunque il ricordo di un’imposizione britannica. Per rispetto della pronuncia locale e per eliminare il vecchio nome inglese, anche le metropoli di Mumbai, Kolkata e Chennai cambiarono il nome in Bombay, Calcutta e Madras. Il BJP, molto favorevole a questo genere di cambiamenti, nel 2018 ha anche modificato il nome di Allahabad trasformandolo in Prayagraj, cancellando le radici islamiche della città che fu fondata dall’imperatore musulmano Akbar quasi 500 anni fa.

Gli addetti ai lavori però hanno notato un secondo motivo dietro agli attacchi del BJP contro la parola India: alle elezioni dell’anno prossimo il principale avversario sarà una coalizione di 26 partiti conosciuta come INDIA, cioè Indian National Developmental Inclusive Alliance.
Per ora non ci sono provvedimenti ufficiali, ma la programmazione di una sessione speciale dal 18 al 22 settembre è un indizio. Non sarebbe una rivoluzione, però. Anche perché in moltissimi Stati il termine Bharat è già usato. Sicuramente sarebbe un ulteriore tassello al processo di decolonizzazione che prosegue da decenni e che è incentivato sia dai conservatori che dai progressisti. La rimozione del retaggio coloniale è passata poi anche dalla eliminazione di strutture di architettura pubblica, come il distretto parlamentare di Nuova Delhi, realizzato dagli inglesi, che è stato completamente ristrutturato, e dalle riforme legislative come il Codice penale che verrà scritto e che sarà “liberato” da tutti i riferimenti alla corona britannica.

I precedenti degli altri Paesi

È interessante vedere come nel corso del tempo ci siamo abituati a chiamare tanti Paesi con nuovi nomi, perché di tanti son cambiati. L’Iran, storicamente conosciuto come Persia dagli scritti greci, chiese nel 1935 di farsi chiamare Iran per scrollarsi il peso dell’Impero Persiano. La Cambogia invece è diventata la trascrizione internazionale del termine originario Kampuchea che significa “discendente del principe Kambu” e che resta il nome con cui la monarchia Khmer preferisce chiamarsi. Nel 1989 la nuova giunta militare in Birmania ha scelto il nome di Myanmar riconosciuto dalle Nazioni Unite ma non dagli spodestati britannici e statunitensi. Nel 1949 la Transgiordania è diventata “Il regno hashemita di Giordania” per riferirsi alla famiglia reale e al fiume Jordan dove Gesù fu battezzato. Nel 1966 il Bechanualand, protettorato inglese, diventò indipendente e tagliò il cordone con la propria madrepatria chiamandosi Botswana in onore al primo gruppo etnico del paese, gli Tswana.

Negli anni Settanta del Novecento è datata la nascita dello Sri Lanka ex Ceylon britannico, della Repubblica Democratica del Congo non più Zaire, né Belgio Congo né Congo-Leopoldville, e del Benin, prima Dahomey. Invece risale al 1984 la rinomina di Alto Volta, nome dato dai francesi a causa del fiume Volta che scorre nel Paese, in Burkina Faso, dalla fusione di due parole delle due lingue principali del Paese con il significato di “terra delle persone oneste”. È andato controcorrente Capo Verde che ha scelto di mantenere il nome affibbiatogli dai colonizzatori portoghesi. Nasce per disambiguare invece lo E-Swatini il cui nome precedente Swaziland lo confondeva spesso in contesti internazionali con la Svizzera (Switzerland) e il nome Türkiye, usato per la Turchia, necessario per mandare in soffitta il termine Turkey, termine che in inglese significa anche tacchino. È dal 2020 che invece l’Olanda è diventata nei documenti ufficiali Paesi Bassi con l’intenzione di porre fine alla sineddoche per cui il primo nome che in realtà designa solo 2 delle 12 province era esteso per tutto il paese e di cancellare l’associazione del Paese alla Amsterdam delle droghe e della prostituzione, situata proprio in Olanda settentrionale. È nel 2019 invece che la Macedonia è diventata Macedonia del Nord dopo un lungo contenzioso con la Grecia che rivendicava con lo stesso nome una sua regione.

È risaputo che si scontano passati coloniali anche oltreoceano dove, per esempio, in Nuova Zelanda si prospetta di cambiare il nome originale olandese in Aotearoa, “lunga nuvola bianca” in maori. Nella vicina Australia è il nome della città di Melbourne ad essere sotto l’occhio del ciclone: sono tante le proposte di chiamarla Naarm (termine molto usato dai suoi cittadini) per sostituire quello del colonialista William Lamb, secondo visconte Melbourne.  A cambiare nome più volte, infine, si segnala Astana, in terra kazaka che dopo esser stata chiamata Nursultan in onore del suo storico presidente, ha ritrovato il suo nome precedente (esistente dal 1998) dopo le proteste della gente.

A uno sguardo superficiale il nome sembra avere un valore marginale ma non è così. Il nome testimonia l’identità, la tradizione e la cultura di un posto esalandone il proprio odore ai forestieri. Resta il dubbio se modificarlo oggi significhi tentare una decisa riappropriazione culturale o scadere nell’errore di cancellare quelle macchie indelebili sulla veste della città.

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