Accedere al servizio sanitario nazionale per sottoporsi a una visita o a un accertamento, è una chimera. L’unica eccezione, nei fatti, sono le prime cure al pronto soccorso in ospedale. Affittare una casa a proprio nome non è possibile. E anche trovare un lavoro – già di per sé complicato – assume le dimensioni di un miracolo. Tutto questo perché, nonostante sia nato in Italia, attualmente non ha ufficialmente una residenza a causa di alcuni stringenti norme burocratiche. Una su tutte: il contenuto del decreto Lupi, convertito con la Legge 80/2014. Goran, nome di fantasia, è un 40enne di etnia rom di origine croata che vive nell’inferno del campo di via Cupa Perillo a Scampia, periferia settentrionale di Napoli, un agglomerato di baracche e alloggi di fortuna mai autorizzato da alcuna autorità. Al suo interno ci vivono circa 350 persone in condizioni difficili, che lasciarono di stucco persino l’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, che l’anno scorso tenne la cerimonia della lavanda dei piedi nel periodo pasquale proprio in quel campo.

Goran ha 5 figli, anche loro senza una residenza. “Per questo motivo si dovranno fermare alla scuola media, come è successo già al più grande, oggi 19enne – denuncia l’uomo – La residenza per noi bloccata dopo il sequestro anni fa delle aree del campo rom. Questo significa non potersi curare. Se mi rompo un braccio e me lo ingessano in ospedale poi non posso essere visitato”. Il sequestro di alcune aree del campo rom di Scampia avvenne su disposizione del Tribunale di Napoli nel luglio del 2017. Un mese dopo, avvenne il devastante incendio che distrusse parte dell’insediamento abitativo. Su cosa ora gli sia precluso perché senza residenza, Goran aggiunge poi con quel tocco di amarezza lugubre: “Se dovessi morire, rischierei di essere buttato nella spazzatura, perché solo con la residenza sei sicuro che possano darti degna sepoltura”.

Il decreto Lupi

Si accennava al decreto Lupi, poi convertito in legge 80/2014. All’articolo 5, comma 1, stabilisce: “Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. Il contenuto viene contestato da sempre da associazioni e movimenti che si occupano delle istanze delle etnie rom in tutt’Italia. Goran è esterrefatto: “Io sono cittadino europeo originario della Croazia, così come la mia famiglia. Ma noi non abbiamo oramai legami con quel Paese, io sono nato in Italia, i miei figli sono nati in Italia. E nonostante questo, non ho ancora la cittadinanza, che ho chiesto da oltre un anno, né la residenza”.

Goran si sente beffato. “Tutto quello che ho potuto fare è stato iscrivere i miei figli all’anagrafe della Croazia perché risulto essere qui di passaggio in quanto figlio di immigrati”. Di fatti, nonostante sua madre infatti sia di origine kosovara e suo papà di origine macedone, quando si alzarono le tensioni che poi portarono alla disgregazione della Jugoslavia negli anni ’90 a seguito dei vari conflitti, il territorio sui cui vivevano e dal quale fuggirono per trasferirsi in Italia dove poi nacque Goran, erano da considerarsi terra di Croazia. Inoltre in questa Nazione, così come in Italia, esiste il principio dello Ius Sanguinis cioè l’acquisizione della cittadinanza di un Paese per discendenza. Goran insiste: “Nessuno di noi però ha legami con la Croazia, siamo di fatto italiani e i miei ragazzi non conoscono la lingua croata ma solo quella rom oltre l’italiano. Tornare lì significherebbe ripartire ulteriormente da zero. Noi ci sentiamo cittadini dell’Italia dove però oggi non abbiamo diritti”.

Goran poi conclude: “La domanda della cittadinanza italiana che ho fatto un anno fa ancora deve essere accettata, sono in attesa e devo dire grazie all’associazione ‘Chi Rom e Chi No’ per la vicinanza. Quando siamo andati a chiedere, ci hanno detto che senza cittadinanza non si può avere la residenza. In Belgio, Francia o Germania non è così: se avessi avuto un figlio nato lì, automaticamente sarebbe diventato cittadino di quei Paesi. Ma mica è facile trasferirsi lì”.

La denuncia dell’avvocato

L’avvocato Barbara Pierro, presidente di “Chi Rom e Chi No”, associazione con sede nella stessa Scampia, che ha ora in affidamento Goran, svela un paradosso. “Nel campo rom di Cupa Perillo non c’è nessuna occupazione abusiva perché non ci sono proprio gli immobili. Possiamo parlare soltanto di abitazione di fortuna e baracche in cui abitano persone che sono oggi nate in Italia o che sono arrivate con lo status di rifugiato politico e che non hanno più potuto ottenere il permesso di rifugiato”.

La presidente di “Chi Rom e Chi No” poi aggiunge: “La questione apolidia è molto forte per l’etnia rom. Ce ne sono tantissimi di apolidi, perché i rom non sono riconosciuti in Italia come minoranza a causa dell’assenza del requisito della territorialità. La loro discriminazione nella fortezza Europa è quella più grande dal punto di vista numerico”.

Secondo un report del 2019 dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (Fra) quasi la metà dei rom e nomadi nel Vecchio Continente (6 milioni con cittadinanza, che superano i 10 contando quelli senza cittadinanza nel 2022) si è sentita discriminata con una soglia del 45%. La stessa agenzia, due anni fa indicò come i rom a rischio povertà abbia raggiunto l’80%.

La comunità rom del campo di Cupa Perillo, fa presente Pierro, «ha passato momenti terribili a causa dei conflitti. Le avvisaglie delle guerre interetniche sono arrivate subito, quindi chi si è sentito a rischio ha lasciato il più in fretta possibile quei territori. Nel tessuto territoriale di Scampia i rom ci sono da tanti anni, i percorsi di inserimento nella nostra realtà funzionano”. Una considerazione poi anche sul decreto Lupi: “Sarebbe necessario un iter costituzionale per apportare delle modifiche, mentre si dovrebbe dare la possibilità alle Municipalità di Napoli (sono dieci in tutto, ndr.) almeno di consentire di concedere le residenze di prossimità” e fare in modo che alcuni servizi possano essere accessibili, a Goran e la sua famiglia tra questi. C

“Chi Rom e Chi No” ha preso come esempio positivo sulla questione residenze quanto disposto dal sindaco di Roma con la Direttiva n. 1 del 4 novembre 2022, che al comma 1 quater specifica: “In un’ottica di prevenzione dei rischi igienico sanitari che potrebbero insorgere in assenza della residenza e dell’impossibilità di ottenere l’allacciamento ai servizi essenziali – si legge – considera meritevoli di tutela, e quindi del diritto ad ottenere la residenza, i soggetti appartenenti alle seguenti categorie: Persone che fanno parte di nuclei familiari che sono seguiti dai servizi sociali, ovvero in condizione di particolare fragilità e vulnerabilità sociale quali presenza di disabili, figli minori o ultrasessantacinquenni; persone che fanno parte di nuclei con reddito inferiore a quanto stabilito dalla Legge regionale 12/99; i richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale; le persone che fanno parte di nuclei che si trovano in condizione di precarietà abitativa sotto il profilo delle condizioni igienico sanitarie, come nel caso dell’assenza di allacciamento ai pubblici servizi essenziali necessari per assicurare il rispetto della dignità della persona nei suoi bisogni quotidiani’’.

La direttiva è stata richiamata in una lettera diffusa da “Chi Rom e Chi No” dopo il caso della morte per folgorazione di Davide Jovanovic, il 21enne anche lui residente al campo rom di Scampia. Per il giovane con cittadinanza italiana ma senza residenza, la sepoltura è stata un calvario ed è stata sbloccata solo dopo l’intervento dell’Assessorato ai Servizi Cimiteriali del Comune di Napoli che ha richiamato motivi igienico-sanitari nonostante il regolamento di Palazzo San Giacomo vietino sepolture se la morte sia avvenuta in un territorio differente da Napoli. Davide infatti è morto all’ospedale San Giuliano di Giugliano, comune della provincia napoletana.

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