Un anno di guerra, di distruzione, di morte, di disperazione. Era il 15 aprile 2023 quando in Sudan cominciarono le ostilità, tuttora in corso. A fronteggiarsi, l’esercito regolare guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhane e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) comandante dal generale Mohamed Hamdane Daglo. Fattah al-Burhane è presidente del Consiglio sovrano di Transizione in carica dal 2021, dopo il colpo di Stato che ha scalzato dal potere il presidente Abdalla Hamdok. La sua leadership non è mai stata riconosciuta dal Rsf che per questo ha deciso di combattere l’esercito regolare. Il conflitto, visto anche il clima internazionale dominato dalle notizie che arrivano quotidianamente dalla Palestina e dall’Ucraina, è scivolato nel dimenticatoio nonostante il dramma umanitario per milioni di persone del Paese africano.

La catastrofe umanitaria

Un anno dopo lo scoppio della guerra, le varie agenzie dell’Onu hanno sottolineato come l’emergenza umanitaria del Sudan potrebbe coinvolgere i Paesi confinanti. Secondo l’Organizzazione delle nazioni unite sono oltre 8 milioni i sudanesi costretti a fuggire dalle proprie case e sfollate più volte. Save the Children Italia calcola in ben 220.000 i bambini gravemente malnutriti che rischiano di non farcela.

Le difficoltà

Particolarmente coinvolta dai combattimenti è la citta di Khartoum, costretta a convivere con diversi blackout. Franco Masini, coordinatore medico del Centro Salam di cardiochirurgia, con un ambulatorio pediatrico gestito da Emergency, afferma come “l’interruzione delle linee ha rallentato le comunicazioni tra Khartoum e gli altri ospedali, e con gli Uffici di coordinamento in Italia. Questa restrizione ha compromesso anche il contatto da remoto con i pazienti del Centro Salam”. “Basti pensare – ha dichiarato – che nel corso di un anno di guerra abbiamo perso i contatti con oltre 1.000 dei nostri pazienti cardiaci che devono ricevere cure e assumere terapie a vita. Non riescono a raggiungerci né a contattarci. L’assenza di rete – dice ancora Masini – ha reso anche molto difficile effettuare trasferimenti bancari online impedendo l’approvvigionamento di materiali e farmaci e il pagamento dei salari per il personale sudanese”.

Andrea Canneva, coordinatore logistico di Emergency in Sudan, ricordando gli oltre 20 giorni di blackout a Khartoum, sintetizza l’attuale scenario: “Con l’intensificarsi degli scontri trovare diesel è sempre più complicato e il prezzo del carburante è salito alle stelle”. Manahel Bader, capo infermiera del Centro Salam, è ancora più esplicito: “Il costo del carburante è passato da circa 1 a 7 euro al litro. Questo incide sui costi di gestione del Centro Salam, oltre che sulle effettive possibilità di spostamento da parte dei pazienti che non possono permettersi di coprire i costi di viaggio necessari a raggiungerci da altre aree del Paese’’.

Emergency gestisce un altro centro pediatrico nello stato del Mar Rosso, a Port Sudan, dove stanno affluendo migliaia di profughi. A Nyala, in Sud Darfur, ha dovuto chiudere il centro pediatrico, ma continua ad assistere i pazienti cardiaci. Ha aperto, inoltre, una clinica per pazienti cardiaci ad Atbara nel nord-est del Paese.

Le testimonianze dal fronte di guerra

Oggi, giorno del primo anniversario della guerra, a Parigi si terrà una conferenza internazionale sul Sudan durante la quale diversi rappresentanti di Paesi donatori e organizzazioni umanitarie discuteranno nel dettaglio su come continuare a garantire aiuti umanitari ai milioni di sudanesi in sofferenza a causa dei combattimenti tra l’esercito regolare e l’Rsf. Esempio lampante è la devastante crisi di malnutrizione nel campo di Zamzam, nel Darfur settentrionale.

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM), che avrebbe dovuto garantire il cibo agli abitanti del campo, non distribuisce alimenti dal maggio 2023, cioè dal mese successivo lo scoppio della guerra. Il 23% dei bambini esaminati in una valutazione rapida a gennaio scorso sono risultati affetti da malnutrizione acuta, con il 7% erano casi gravi. Inoltre, ricordano da Msf, il 40% delle donne in gravidanza e in allattamento ha dovuto soffrire a causa della malnutrizione e il tasso di mortalità nel campo è arrivato a raggiungere 2,5 morti ogni 10.000 persone. La testimonianza di Khadija Mohammad Abakkar, che ha dovuto abbandonare la sua casa a Zalingei, nel Darfur centrale, in cerca di sicurezza, è emblematica: “Durante i combattimenti, nel campo non c’era accesso all’assistenza sanitaria o al cibo. Ho venduto le mie cose per guadagnare un po’ di soldi per mangiare”.

L’ulteriore allarme

Secondo il capo missione di Medici Senza Frontiere in Sudan, Jean Stowell, “solo il 20-30% delle strutture sanitarie è ancora funzionante in Sudan, il che significa che la disponibilità di assistenza sanitaria per le persone in tutto il paese è estremamente limitata”. Anche Stowell non può fare a meno di sottolineare come la popolazione sudanese stia “soffrendo immensamente a causa del persistere di pesanti combattimenti e bombardamenti, anche in aree urbane e nei villaggi, mentre il sistema sanitario e i servizi di base sono in gran parte crollati o danneggiati dalle parti in conflitto”. In un anno Medici Senza Frontiere ha accolto nelle sue strutture più di 22.800 persone con lesioni traumatiche ed ha eseguito più di 4.600 interventi chirurgici su persone che hanno subìto violenze, soprattutto a Khartoum e nel Darfur, mentre a Wad Madani, una città circondata da tre linee del fronte, Msf cura ogni mese 200 pazienti. Il capo missione di MSF in Sudan, Jean Stowell, riprende: “Ogni giorno vediamo pazienti che muoiono a causa di ferite provocate dalla violenza, bambini perire perché malnutriti o per la mancanza di vaccini, donne con complicazioni dopo parti non sicuri, pazienti che hanno subito violenze sessuali e persone con malattie croniche che non possono accedere ai loro farmaci. Nonostante tutto questo, c’è un vuoto umanitario estremamente preoccupante”.

Da Medici Senza Frontiere ricordano anche: “Sebbene MSF lavori con una buona collaborazione con il ministero della salute, il governo del Sudan ha persistentemente e deliberatamente ostacolato l’accesso agli aiuti umanitari, soprattutto nelle aree al di fuori del proprio controllo. Le autorità hanno anche sistematicamente negato gli spostamenti del personale umanitario e permesso alle forniture di attraversare le linee del fronte, limitando così l’uso dei valichi di frontiera e stabilendo un processo altamente restrittivo per ottenere i visti umanitari”. Ozan Agbas, responsabile delle operazioni di emergenza di MSF in Sudan ravvisa: “La situazione in Sudan era già molto fragile prima della guerra e ora è diventata catastrofica. In molte delle aree in cui MSF ha avviato le attività di emergenza, non abbiamo visto il ritorno delle organizzazioni umanitarie internazionali che erano state inizialmente evacuate ad aprile 2023. Agbas non risparmia una stoccata alle “Nazioni Unite” e ai “loro partner”, le quali “hanno continuato a imporre restrizioni all’accesso’’ in regioni come il Darfur. “Di conseguenza, non si sono nemmeno pre-posizionati per intervenire o creare team sul campo quando se ne presenta l’occasione”.

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