Un dato inequivocabile, ricordato nel corso della giornata mondiale del rifugiato che ogni anno si celebra il 20 giugno: “Nell’anno 2022, i rifugiati nel mondo hanno raggiunto i 108 milioni, 21 milioni in più rispetto al 2021”. Andrea De Bonis, protection associate presso Unhcr Italia, l’agenzia Onu per i rifugiati, fornisce a Tell dei numeri che inequivocabilmente raccontano le tragedie che devastano diverse aree del mondo. Tali dati, ricorda De Bonis, “sono contenuti in un rapporto pubblicato dall’Unchr”.

Andrea De Bonis, protection associate Unhcr Italia

I 108 milioni di rifugiati mondiali si riferiscono “a persone che hanno lasciato la propria casa a causa di guerre e persecuzioni. Si tratta di numeri impressionanti, che devono spingere gli Stati, ma anche i Comuni e la società nel suo complesso, a trovare soluzioni possibili sia nella risoluzione di conflitti internazionali, (che fanno aumentare il numero dei rifugiati), sia nella loro stessa accoglienza”.

I teatri di guerra sono diversi attualmente nel mondo. Non solo in Ucraina, conflitto cui si parla tutti i giorni soprattutto nei media europei e occidentali, le armi parlano in Siria, Yemen, in Sudan e in altre aree dell’Africa. Senza dimenticare le persecuzioni ai danni di varie etnie e gruppi religiosi nello stesso continente africano ma anche nel Nord Africa e in Asia. La tragedia al largo della costa greca Pylos, nel Mar Egeo, dà uno spaccato fedele dei luoghi del mondo da cui si fugge di più: la già citata Siria ma anche Pakistan, Bangladesh, Afghanistan in cui guerre, carestie, disastri ambientali rendono tali Paesi oramai inabitabili.

“Oggi – afferma il protection associate presso Unchr Italia De Bonis – piangiamo l’ennesima tragedia come quella al largo della Grecia, con centinaia di morti. Noi di Unhcr sosteniamo che benché esista una riflessione sul modo di gestire le modalità di accoglienza, la solidarietà tra Stati per il salvataggio delle persone in mare non deve mai venire meno”.

Urgono soluzioni per evitare le morti e dare speranza a chi cerca un avvenire altrove, anzitutto in Europa. Secondo De Bonis “si possono percorrere diverse strade, a partire da un sistema coordinato di ricerca e soccorso che deve essere la strada maestra, come accaduto in passato grazie anche all’impegno della società civile. Ciò ha portato un miglioramento del salvataggio in mare”. Inoltre, dice il protection associate presso Unchr Italia, bisogna “rafforzare i percorsi legali di ingresso dei rifugiati. L’Italia è all’avanguardia sul percorso di reinserimento e sui corridoi sia umanitari che educativi. Adesso si sta riflettendo anche sui corridoi lavorativi. L’ingresso legale non deve però mai far venir meno il percorso di salvataggio in mare”.

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