Ogni fotografia affissa alle pareti della sua casa-studio, racconta una storia di aiuto concreto in favore delle popolazioni costrette a vivere nella miseria. Una moltitudine di esperienze in prima linea in giro per il mondo, dall’Africa, all’Asia, all’America Latina, in cui a prevalere è sempre lo stesso approccio: realizzare qualcosa di tangibile, senza abbandonarsi alle velleità dei grandi progetti, in realtà non sempre utili, che solo chi ha grandi capitali a disposizione può portare avanti. Mario Di Cesare, pediatra napoletano in pensione, di 74 anni, per decenni in servizio all’ospedale San Paolo di Napoli, ha intrecciato la sua professione di medico per i bambini alla solidarietà.

A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, con il primo viaggio in Eritrea per curare la lebbra (“malattia di cui si continua a sapere poco”, dice), destina parte dei guadagni derivati dalla sua professione per raggiungere città e i villaggi delle zone più desiderate del mondo contribuendo alla costruzione di decine e decine di pozzi d’acqua, ambulatori, scuole per i bambini. Ha conosciuto bene le ferite dell’Eritrea, dell’Etiopia, del Burkina Faso, del Sudan, del Congo, del Ruanda, della Nigeria, del Guatemala, dello Sri Lanka, del Bangladesh.

L’approccio del pediatra

Di Cesare chiarisce il suo modus operandi: “Mi circondo da trent’anni di persone che, come il sottoscritto, si pagano il biglietto aereo e fanno fronte alle altre spese per piccole missioni all’estero al massimo di 20 o 30 giorni. A differenziarmi dalle grandi organizzazioni – spiega il pediatra – sono gli obiettivi: loro vogliono costruire ospedali giganteschi, strutture enormi. Lo riescono a fare perché ci sono tanti fondi incamerati e distribuiti con le decisioni che dipendono dai vertici. Io invece parto con un piccolo gruppo, non più di 8 o 10 persone di solito, non necessariamente medici. Con le donazioni di privati cittadini e delle associazioni con cui collaboro, e attingendo a risorse personali, mi impegno perché si costruiscano nel minor tempo possibile pozzi d’acqua, ospedali, istituti scolastici”.

L’importanza di dotare i villaggi africani, asiatici e sudamericani di questi piccoli avamposti di progresso è presto detto. “Sono progetti immediati- afferma Di Cesare – da realizzare relativamente in poco tempo. D’altronde l’acqua serve per il sostentamento, per il raccolto, per permettere agli animali allevati di produrre da mangiare. In Africa, poi, la sanità è pari a zero. Gli ospedali sono fatiscenti, sporchi, non ci sono sufficienti medici e infermieri. Quando costruiamo un ambulatorio o un consultorio garantiamo anche degli stipendi ai sanitari che ci lavorano. Sono professionisti ed è giusto pagarli. Noi dopo un mese andiamo via, loro restano perché ci vivono. Acquisendo competenze, grazie allo scambio con medici come me, gestiscono questi posti in autonomia. Ovviamente, restiamo in contatto con loro per ogni evenienza, per capire di cosa abbiano bisogno. Le mie call in Burkina Faso, in questo momento, sono costanti (ne tiene una anche poco prima di incontrarci nel suo studio, ndr.)”.

Di Cesare, che ha gli occhi profondi di chi ne ha viste tante nella sua attività, fissa un punto fondamentale. “Quando ti svegli alle 4, e alle 5 vai all’ambulatorio, dove finalmente puoi usare i tuoi strumenti di lavoro, ci sono già 150-200 mamme con tre o quattro bambini l’una ad aspettarti fuori, nella speranza di ricevere una visita. Ogni giorno 100 di queste visite e almeno 20 visite fanno scoprire bambini bisognosi d’aiuto. La prima volta in cui mi è stato chiaro fu durante i viaggi in Eritrea e in Etiopia, dove ancora vado. Con l’organizzazione Hewo di Modena, che mi ha introdotto all’Africa grazie a un padre francescano, dopo vent’anni di impegno in un orfanotrofio al Rione Sanità a Napoli, proprio in Etiopia abbiamo costruito un ospedale per la cura di lebbra, Aids e tubercolosi nel Tigray, tuttora funzionante”.

In realtà Di Cesare collabora anche con una grande organizzazione, Emergency, grazie al suo rapporto diretto con il fondatore Gino Strada. Per la Ong, da quasi un decennio, si occupa dell’ambulatorio di Castel Volturno, in provincia di Caserta e collabora anche con il presidio di Napoli.

Le donazioni che finanziano le missioni

Mario Di Cesare spiega poi come tenta di convincere le persone a imbarcarsi nelle avventure filantropiche in giro per il mondo. “Nel mio studio privato spesso si parla di Africa e degli altri posti in cui sono stato. Alla fine della conversazione i genitori dei piccoli pazienti visitati mi chiedono: cosa si può fare? Chiedo loro una piccola donazione, che loro sanno a cosa serviranno. Ad altri che mostrano interesse ulteriore, dico: Ce li hai 700 euro per il viaggio? Se li hai, spendili per un biglietto aereo e vieni con me in Burkina Faso, in Congo o in Eritrea. Poi destina altri 300 euro per la tua permanenza lì, metti in valigia qualche alimento e impegnati. Per costruire un pozzo d’acqua in Burkina Faso ci vogliono 10.000 euro. Bisogna lavorare per raggiungere quella cifra. Se ci riesci, riduci del 40% il pericolo di morte delle persone e la necessità delle madri di camminare per decine e decine di chilometri alla ricerca di cibo per i figli”. Il pediatra napoletano insiste:“Quando organizziamo serate di raccolta fondi non facciamo vedere i bambini malnutriti con la pancia gonfia per commuovere le persone, mostriamo piuttosto cosa abbiamo realizzato e vogliamo continuare a realizzare. Troppo spesso succede che si in tv o sui social ci siano pubblicità progresso. Di solito l’attenzione della gente dura 3 minuti prima che si dimentichi tutto guardando un varietà o un video. In tanti, troppi, cercano poi di lavarsi la coscienza facendo una piccola donazione”. Secondo Di Cesare “questo modo di fare è sbagliato. Il volontariato puro è mettersi in gioco, andare sui posti e fare senza aspettarsi nulla in cambio. Questo è il modo migliore per salvare vite umane e creare sviluppo nei Paesi più poveri del pianeta”.

Le storie raccolte in un libro

A titolo totalmente gratuito, Mario Di Cesare distribuisce ad amici, conoscenti, colleghi, un piccolo libro da lui scritto, dal titolo “Appunti fotografici… senza foto”, in cui ha raccolto le storie che ha vissuto in giro per il mondo. “Ho messo le copie sulle panchine a New York, sulle metropolitane. Non ci guadagno nulla, il libro l’ho fatto stampare a mie spese. Il mio desiderio è raccontare ciò che accade nelle zone povere del mondo”. In proposito, esemplificativa è una conversazione che ha visto protagonista Di Cesare nel distretto di San Marcos in Guatemala, al confine con il Chiapas del Messico: “Visito un bambino di due anni – scrive il pediatra napoletano – è scheletrico e pesa solo 4 kg. È l’ultimo figlio di una giovane donna con altri 8 figli, anche lei denutrita, esangue, con mammelle rinsecchite che non possono più produrre latte. Come già successo altre volte parlo con la mamma e le dico che il suo bimbo ha poche settimane di vita. Può salvarsi se viene condotto a ricovero nel nostro Ospedaletto in città”. Di Cesare assiste al colloquio tra la donna e il marito e ascolta queste parole: “E chi nutrirà la capra? E chi si occuperà degli altri nostri figli?’’. A quel punto, conclude il racconto il pediatra, la mamma avvolge il bambino nella tela e torna a casa rinunciando alla cura in ospedale. Nel volume c’è anche un racconto più positivo. Il riferimento è quanto realizzato a Garbo, nella regione di Oromia, in Etiopia. Lì, scrive Mario Di Cesare, c’è “un ambulatorio funzionante 24 ore su 24, con cinque bravi infermieri etiopici che sanno fare e fanno un po’ di tutto. Farmaci, alimenti e generatore elettrico a gasolio per l’elettricità.’Una piccola Svizzera’, che ha cambiato il volto dell’intero villaggio, ha ridotto drasticamente la mortalità e le malattie, e che sopravvive grazie a tutte le persone che, in Italia, hanno seguito, incoraggiato e sostenuto questa piccola iniziativa”.

Il rapporto con la famiglia di Thomas Sankara

Alla fine del nostro colloquio, Mario Di Cesare lancia nuovamente il suo messaggio: “L’obiettivo piccolo funziona bene: la popolazione riceve le cure in modo gratuito e noi, da medici, diamo anche il farmaco”. Poi aggiunge: “Le scuole che abbiamo fatto costruire grazie alle donazioni e al nostro impegno in Ruanda, Eritrea, Etiopia, in Burkina Faso, servono per costruire le società del domani di quei Paesi e per risolvere le problematiche gigantesche che hanno. La maggior parte dei Paesi africani sono sotto dittatura e la dittatura ha bisogno della povertà e dell’ignoranza delle popolazioni”.

In Burkina Faso Di Cesare è in contatto con i familiari di Thomas Sankara, rivoluzionario e ex presidente del Paese, fautore del panafricanismo. Sankara fu ucciso il 15 ottobre del 1987 da un commando guidato da Blaise Compaoré, suo amico stretto, poi presidente per un lungo periodo prima della destituzione nel 2014 quando si rifugiò in Costa d’Avorio, con l’appoggio della Francia dell’allora presidente Francois Mitterand e degli Stati Uniti (e non solo). Anche qui Di Cesare ha un aneddoto: “Thomas Sankara è da sempre il mio idolo. Ricordo una volta a casa sua, mi sedetti su un divano e il fratello mi disse: non ti sedere lì, perché si è seduto Compaoré. I bianchi vengono visti ancora oggi come espressione del potere in Africa, ricordando come si sono comportati i Paesi occidentali”.

3 COMMENTI

  1. Uomo incredibile. Il libro racconta in maniera semplice e struggente la realtà che h visto e ci circonda . Spezza il cuore. Pediatra eccellente e uomo sensibile.

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