Fonte foto: Ccsd

Dal colpo di stato che il 25 ottobre del 2021 ha portato i militari al potere, in Sudan si continua a manifestare per la democrazia, e alle proteste si risponde sempre con la repressione, anche a costo di uccidere i civili. Nei giorni scorsi migliaia di sudanesi hanno marciato nella capitale Khartoum contro il generale Abdel Fattah al-Burhan, che dal giorno del golpe è a capo del Sudan.

I manifestanti chiedono il ritorno del governo civile e continuano a scendere in strada, nonostante la ribellione spesso gli costi la vita. Dal rapporto del 31 luglio scorso del Comitato dei medici sudanesi, risulta che 105 persone sono rimaste uccise nel corso delle ultime proteste, di cui una con un’arma da fuoco (probabilmente un fucile), e migliaia sono stati i feriti.

Nel bilancio delle vittime delle proteste precedenti, del 26 luglio 2022, il Comitato aveva accertato 31 feriti, in 12 casi per lesioni determinate da bombolette di gas lacrimogeni e in 9 per lesioni alla testa con oggetti contundenti, in qualche caso sono stati rilevati soffocamento e altre lesioni corporee.

Lo stesso comitato accusava poi le “autorità golpiste” dell’uccisione, nel corso dei cortei della città di Omdurman, di una persona da identificare che era stata colpita con una pallottola in pieno volto.

Anche il 30 giugno scorso, le forze di sicurezza risposero alla folla scesa in strada attaccando persone che manifestavano pacificamente nella capitale Khartoum e in altre città. Secondo il rapporto elaborato da un’organizzazione non profit che lavora per monitorare e promuovere il rispetto dei diritti umani e le riforme legali in Sudan – la Acjps – furono uccisi 9 manifestanti, di cui uno di 15 anni e, stando alle statistiche del comitato medico sudanese, 629 persone furono ferite da proiettili veri e gas lacrimogeni, altre subirono molestie sessuali e abusi nei centri di detenzione, dove è stata denunciata la violazione di diversi diritti umani da parte della polizia.

In quell’occasione, dopo quattro giorni di proteste, il capo dello Stato del Sudan, il generale Abdel Fatah al-Burhan, intervenne in televisione per chiedere  ai “partiti politici e le organizzazioni rivoluzionarie sudanesi di impegnarsi in un dialogo immediato e serio per formare un governo di persone competenti, indipendenti che possano portare a termine i compiti del periodo di transizione”. Il generale affermò inoltre di non escludere che il Consiglio sovrano di transizione che presiede possa essere sciolto, una volta formato il nuovo governo civile. La formazione di un esecutivo civile è la principale richiesta delle forze rivoluzionarie che da mesi manifestano.

I disordini in Sudan vanno avanti dal golpe di ottobre, quando i militari, prima deposero il premier Abdalla Hamdok, poi, il 21 novembre 2021, dopo settimane di manifestazioni contro il colpo di stato, lo fecero rientrare in carica come primo ministro del governo di transizione sudanese. A gennaio scorso, Hamdok, ha presentato le dimissioni senza riuscire a formare un governo di civili.

La violenza, intanto, è cresciuta costantemente nelle periferie del Sudan. Gran parte di questa violenza si è concentrata nella regione occidentale del Darfur, dove predazione e attacchi incombono nelle aree agricole, nelle città (soprattutto quelle che ospitano sfollati interni) e lungo le strade che collegano gli insediamenti degli sfollati a queste aree. Lo stato del Darfur occidentale, in particolare, è stato teatro di drammatici scontri e massacri. A contrapporsi sono spesso le milizie di identificazione araba (tipicamente Rizeigat) – sospettate di essere sostenute dai paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) – che lanciano attacchi contro altri gruppi etnici vicino al confine con il Ciad.

Secondo quanto riporta l’organizzazione non profit Acled, frequenti scontri tra le milizie locali sono quelli che si sono registrati nella seconda metà del 2021 anche negli stati del Kordofan meridionale e occidentale (vicino al confine con il Sud Sudan) .

Sebbene il blocco militare abbia mantenuto buoni collegamenti con la maggior parte dei Paesi vicini del Sudan, il deterioramento delle relazioni tra Sudan ed Etiopia è rimasto motivo di preoccupazione internazionale e regionale, con il conflitto ad Al Fashaga, nello stato orientale di Gedaref, che continua a ribollire. Questa è un’area contesa da oltre un secolo, con il cambio di controllo tra il Sudan e l’Etiopia.

Il rischio maggiore in Sudan rimane la lotta tra SAF (le forze armate sudanesi) e il gruppo paramilitare RSF, con diverse parti dell’apparato di sicurezza (compresi gli ex gruppi ribelli) che si allineano con una di queste entità o sfruttano lo sconvolgimento per perseguire i propri interessi. Le tensioni tra RSF e SAF sono aumentate notevolmente nel giugno 2021 e potrebbero facilmente farlo di nuovo con l’aumento delle rivalità tra fazioni. La RSF ha ampliato la sua presenza in gran parte del Sudan, e le crisi politiche ed economiche del Paese offrono continue opportunità alla leadership di aumentare il proprio potere a spese dei rivali.

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