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Michele ora sta meglio, l’ultimo tampone effettuato ha accertato la sua negatività al Sars-Cov2. Si porta dietro ancora qualche strascico, ma il peggio è passato e il suo isolamento è terminato.

La fame d’aria e la febbre sono spariti. Non la rabbia, quella per il senso di abbandono istituzionale che ha provato nei 26 giorni rinchiuso nella sua casa di Acerra, in provincia di Napoli.

Michele, 37 anni, si è sbarazzato del Covid, e dal 23 novembre scorso può uscire. Ma solo perché ha effettuato privatamente i tamponi. Dopo il primo test molecolare, che ha rilevato la sua positività, non è mai stato contattato dall’Asl per poter effettuare i tamponi di controllo: “Ho dovuto eseguirli io tutti privatamente, pagando ogni volta 70 euro, perché in 26 giorni di quarantena l’Asl, dopo la comunicazione che ha fatto il medico curante, non mi ha mai contattato”, afferma.

“Il primo tampone – spiega – l’ho fatto in un laboratorio privato per avere i risultati in tempi più rapidi, per evitare di contagiare la mia famiglia”. Michele è sposato ed ha un bimbo. La moglie e il figlio per fortuna non sono stati contagiati. “Il 25 iniziano i primi sintomi e prenoto il tampone on line per il 28 ottobre presso un centro di Casalnuovo. Scoperta la positività – racconta -, chiamai il medico curante e iniziai la trafila. Il mio medico non rispondeva mai al telefono, ho avuto delle difficoltà”.

Oggi ricorda i momenti in cui desaturava a 70, quello che ha dovuto passare mentre l’Asl non rispondeva, l’assistenza al telefono del medico curante spesso irreperibile, e pensa alle azioni legali che intende intraprendere per essere stato lasciato solo.

“Ho scoperto di avere il virus dopo leggeri dolori alle ossa. Avvisai mia moglie – racconta -, che prenotò da un privato il tampone per lei e per il bambino, e dopo 4 o 5 ore ebbero il risultato negativo. Lo feci anche io e dopo poche ore scoprì di essere positivo”.

Michele, trascorsi i 10 giorni dall’accertamento della positività, non riceve alcuna comunicazione dall’Asl per il tampone di controllo. Al dodicesimo giorno, dopo una pec di sollecito inviata all’Asl Napoli2 Nord rimasta senza risposta, decide di rivolgersi di nuovo a un laboratorio privato, ma risulta ancora positivo: “Scocciato, perché poi ti senti da solo, e diventa tutto pesante, ho chiamato un laboratorio privato che esegue tamponi a domicilio”.

Il risultato negativo arriva con il terzo tempone, il 19 novembre scorso.  E dopo quattro giorni, il 23, riceve dal suo medico curante l’attestato rilasciato dall’Asl Napoli 2 Nord che decreta la fine del suo isolamento domiciliare. “Ogni volta – rivela – prima di fare il tampone chiamavo il dottore della mutua e mi comunicava che effettuava un sollecito a mezzo mail”. Comunicazioni che non sortivano alcun effetto.

Oggi, Michele, nonostante la negatività accertata, si è sentito ancora rifiutare l’assistenza dal suo medico. Per la tosse che ancora persiste, gli aveva chiesto una visita di controllo: “Sono andato da lui a ritirare il certificato rilasciato dall’Asl che sanciva la fine dell’isolamento e, in quell’occasione, attraverso la grata, gli ho chiesto di visitarmi le spalle, ma non ha voluto, asserendo che tutti i medici si comportavano così. E quando gli ho chiesto chi mi doveva visitare, mi ha detto di fare la radiografia e di rivolgermi allo specialista”.

“Ho dovuto prendere appuntamento con uno pneumologo per farmi visitare privatamente, e – riferisce – prima di ricevermi mi ha chiesto di eseguire un altro tampone, quindi privatamente ho dovuto pagare un altro tampone”.

Michele si è rivolto a un legale, per avere il rimborso delle spese sostenute. “Poi – dice – l’articolo 32 della Costituzione recita che la sanità pubblica è garantita a tutti e non mi pare che questo sia accaduto a me”. E ricorda il suo calvario: “I primi 4 giorni ho vissuto l’inferno. Mi svegliavo di notte di colpo perché non avevo ossigeno, non riuscivo a respirare. Una notte, del terzo o quarto giorno, mi svegliai lucido che non riuscivo a respirare né con la bocca né con il naso. Mi spaventai, ma evitai di chiamare il 118, perché tanto negli ospedali non c’era posto. Nel giro di qualche minuti mi ripresi. Capii che se mi stendevo era peggio e quindi dormii per una settimana seduto sul divano. Desaturavo a 80, 82, 70. Poi la settimana successiva si normalizzò a 96”.

“Voglio che il mio avvocato, al di là del rimborso per i soldi che ho speso, insista sull’abbandono”, tuona oggi. “Immagina 27 giorni così. È lunga. È una convalescenza lunga. Ti senti proprio abbandonato. Io lavoro da 16 anni. Ho versato tasse e contributi anche per questo e l’unica volta che ne ho avuto la necessità non mi hanno nemmeno assistito”.

Michele parla poi di altri disagi vissuti, mentre era costretto in casa con il Covid e dopo l’isolamento. Racconta di quando il papà ha accusato un malore ed è stato costretto ad allertare i carabinieri per fargli ricevere assistenza dall’ospedale. Delle difficoltà incontrate anche con l’immondizia che produceva, che per i malati Covid richiede uno smaltimento speciale: “A casa mia – riferisce – la polizia municipale è venuta sabato scorso a consegnarmi le buste della spazzatura per il Covid. Mi hanno detto che a loro risultava la mia positività dall’11 novembre. Ma comunque dall’11 sono passate due settimane e mezza”.

Michele, inoltre, vuole donare il plasma, ma sta incontrando difficoltà. “Ho chiamato al Cardarelli e non mi risponde mai nessuno, ho chiamato al Cotugno e mi ha risposto una sola volta una signora e mi ha detto che mi avrebbe ricontattato, però non si è fatto ancora risentire nessuno. Sto richiamando al Cotugno tutti i giorni, ma non si sa niente. Ora sto provando con l’ospedale di Aversa, con l’aiuto di un prete, e ad oggi non ho saputo ancora nulla”.

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